I POPOLI CHIEDONO PACE, NON RIARMO

di Stefania Macaluso

Quanto la cronaca politica di questi giorni ci racconta come dialettica del quotidiano, in realtà ci inquieta non poco. Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito allo stravolgimento della pianificazione politico-economica dell’UE: è stato sospeso il “patto di stabilità” sulle spese militari, è stata riorientata la programmazione finanziaria nazionale e comunitaria ed è stata decisa una spesa di più di 800 miliardi per la difesa militare europea. Tale drastica virata condotta in nome della “emergenza esistenziale”, secondo lo slogan utilizzato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, si è consumata aggirando il dibattito parlamentare a Strasburgo per accelerare il varo del piano Rearme Europe, facendo ricorso all’art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che consta di due commi:

1.   Fatta salva ogni altra procedura prevista dai trattati, il Consiglio, su proposta della Commissione, può decidere, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti, in particolare nel settore dell’energia.

2.   Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa.

Dobbiamo ipotizzare che esista, senza che ne abbiamo contezza, almeno una delle condizioni previste dall’articolo in questione. Abbiamo così gravi difficoltà di approvvigionamento di un qualche prodotto? Quale Stato membro si trova nella necessità di un finanziamento a causa di calamità o circostanze eccezionali? Il piano definito da Ursula von der Leyen di «deterrenza contro chi vuole farci del male» in risposta a quali azioni di attacco di cui non siamo al corrente è stato concepito?

O siamo all’oscuro di qualcosa, ma questo non si ammette nel contesto del sistema politico delle democrazie europee, o si è forzata l’interpretazione del Trattato.

Da comune cittadina, immagino che ipotesi e quesiti simili siano stati oggetto di attenta ponderazione da parte dei nostri rappresentanti al Parlamento europeo, chiamati a votare il piano. Certamente viene da supporre che gli europarlamentari, preposti al controllo democratico delle politiche europee, abbiano attentamente vagliato, parola per parola, il discorso fatto da von der Leyen, considerate le pesanti implicazioni sociali, economiche, finanziare, politiche che la strategia di riarmo comporta. Resta dunque sorprendente che la presidente non abbia incontrato alcuna seria resistenza al varo del suo piano, né nel metodo né nei contenuti. Le è bastato presentare la strategia Rearm Europe in un breve discorso nell’Aula di Strasburgo, dove ha esordito con una suggestiva citazione: «Alcide De Gasperi disse: Non abbiamo bisogno solo di pace tra di noi, ma di costruire una difesa comune. Non per minacciare o conquistare, ma per dissuadere qualsiasi attacco esterno, mosso dall’odio contro un’Europa unita. Questo è il compito della nostra generazione». Oltre all’indicazione delle misure economico-finanziarie, la presidente ha invocato il “coraggio” della difesa armata «a causa della situazione in Ucraina», affermando «questo è il momento della pace attraverso la forza».

Non mi soffermo sulle fondate critiche che opinionisti esperti hanno mosso alle misure economico-finanziarie, le quali sicuramente trovano grande consenso tra lobby bancarie e industrie di armi. In realtà non è solo la questione economica a preoccupare; non meno lo è lo scenario di corsa agli armamenti che si è aperto, il clima spirituale che si è instaurato, mentre ci attendevamo che la presidente Ursula von der Leyen si adoperasse come tessitrice di relazioni di pace, piuttosto che come imprenditrice di progetti di guerra. Lascia interdetti, al di là della strumentalizzazione del’art. 122 del Trattato, la retorica bellicista cui è stato fatto ricorso sottraendo la proposta di riarmo al dibattito democratico e il conseguente voto supino degli europarlamentari, per non parlare degli acritici consensi massmediatici. Non sembra credibile che, nel giro di pochi giorni, in Europa si sia diffusa una così estesa eco alla retorica bellicista, condita di giustificazionismo morale, tipico della propaganda di stampo autoritario. La ripetuta invocazione del “coraggio della forza” di fronte alla supposta minaccia del male e la strumentalizzazione dell’autorità morale di uno dei padri fondatori dell’Europa postbellica, lascia interdetti.

Indicare la forza delle armi come via della pace in Ucraina è una palese contraddizione dei fatti, di fronte all’inefficacia del supporto armato nei tre anni di inutile e terribile guerra, per non dire che è uno sproposito mentre sono in corso tentativi di faticose trattative diplomatiche per una tanto auspicata tregua. Quanto al discorso di De Gasperi del 1951, indigna la manipolazione strumentale che non cita le parole dello statista, ma le parafrasa, ignorando il contesto di opposta intenzionalità rispetto alla corsa agli armamenti pianificata da von der Leyen. In quella circostanza l’allora presidente del Consiglio italiano, esponeva, presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa, la sua idea di difesa comune che andava costruita sul piano ideale dei valori alti della civiltà europea, piuttosto  che su quello delle armi: «La Comunità atlantica, pur avendo come scopo fondamentale la difesa sul piano militare, mira anche a rafforzare questa solidarietà sopra un piano umano, dove tutti i nostri valori spirituali formano un patrimonio comune e permettono lo sviluppo di una fraternità operante». Incentrando il suo discorso sulla necessità di superare la disgregazione interna all’Europa, in considerazione anche del fatto che le «nuove generazioni che tendono ad una concezione integrale e dinamica di vita esitano di fronte ad una scelta che può decidere del loro destino», De Gasperi faceva appello al coraggio di avviare un corso storico di progresso fondato sulle più alte tradizioni della civiltà europea orientata da una visione costruttiva e luminosa, al fine di inaugurare un corso di convivenza pacifica nella cooperazione solidale, assegnando all’Europa il ruolo di «custode delle tradizioni più alte della civiltà». Il suo invito alle «forze armate dei diversi paesi a fondersi insieme in un organismo permanente e costituzionale» si esprimeva nell’idea di un “ponte” tra i diversi paesi europei lacerati dalla guerra perché stemperassero la loro reciproca belligeranza distruttiva e si unissero piuttosto per superare i nazionalismi e favorire la creazione di «un nucleo federale europeo che sarà la garanzia della nostra solidarietà democratica».

Mentre De Gasperi invocava l’unione della forza per spegnere i rancori e dare pace all’Europa, tenendo presenti le attese delle giovani generazioni, oggi ci viene imposto come valore la forza delle armi, proiettando il mondo intero verso inquietanti scenari di guerra e mettendo a rischio il futuro dei nostri figli, in spregio ai principi di pace e democrazia che ispirano l’Europa dei popoli.